Phallus impudicus L. : Pers.P. foetidus Sowerby satirione |
Principali caratteri identificativi: Tra le specie con aspetto falliforme, da cui deriva il nome del genere, P. impudicus si caratterizza per la volva bianca, l’assenza di velo (indusio) che in alcuni Phallus si presenta come una rete che cade a gonnella sotto il pileo. Il cappello (pileo) è alveolato e trattiene la gleba che all’inizio è chiara e inodore per poi divenire sempre più verde scuro a maturità e maleodorante. Il ricettacolo (gambo) è bianco e fragile, con aspetto spugnoso, prima ripieno di gelatina e poi cavo. Allo stato di ovolo, rotondo, bianco e liscio, si riconosce per la sua consistenza molle e, alla sezione, per la forma del carpoforo già visibile all’interno. Come in tutte le sue congeneri la gleba matura emana un forte e persistente odore fetido, come di carne in putrefazione, che invece è assente allo stato di ovolo. Caratteri microscopici: La spore sono da ellittiche a quasi cilindriche, di dimensioni medie 3,5-5 × 1,5-2,5 µm. Habitat e fenologia: P. impudicus è una specie comune, rinvenibile in tutti i tipi di bosco, abbondante in certe zone ristrette, specialmente nel periodo autunnale. Commestibilità: Sebbene sia una specie innocua, P. ipudicus non è commestibile per il suo odore forte e fetido, oltre che per la consistenza gelatinosa della sua carne. Specie a confronto: In qualche testo considerato suo sinonimo, possiamo trovare P. impudicus var. togatus (Kalchbr.) Costantin & L.M. Dufour, che si differenzia per la presenza di un indusio corto e bianco. |
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Inquadramento:
Note e curiosità: Per questo gruppo di specie la Natura ha escogitato una tecnica di diffusione delle spore basata sull’odore. In questo modo, infatti, le mosche e gli altri insetti vengono attratti sulla gleba puzzolente che in parte viene da loro mangiata e, con la sua consistenza mucillagginosa e carica di spore, in parte resta attaccata alle loro zampe ed al loro corpo. Le spore contenute nella gleba vengono così diffuse nell’ambiente circostante, sia quelle rimaste appiccicate agli insetti sia quelle mangiate dagli stessi, in quanto passano inalterate dal loro apparato digerente.
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